19955/05;15085/06

WyrokETPCz2008-09-23ECLI:CE:ECHR:2008:0923JUD001995505

Analiza orzeczenia

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Zagadnienie prawne
Czy odwrócenie ciężaru dowodu w postępowaniu konfiskacyjnym, wymagające od skazanych za handel narkotykami wykazania, że ich obecne aktywa są niższe niż szacowane zyski z nielegalnej działalności, narusza prawo do rzetelnego procesu (art. 6 ust. 1 Konwencji) oraz prawo do poszanowania mienia (art. 1 Protokołu nr 1)?
Ratio decidendi
Trybunał uznał, że odwrócenie ciężaru dowodu w postępowaniu konfiskacyjnym, wymagające od skarżących wykazania legalnego pochodzenia mienia lub niższej wartości aktywów niż szacowane zyski z przestępstwa, nie naruszyło art. 6 § 1 Konwencji. Uzasadniono to tym, że krajowe przepisy przewidywały odpowiednie gwarancje proceduralne, takie jak jawne rozprawy, reprezentacja prawna, możliwość przedstawienia dowodów oraz dyskrecjonalna władza sędziego do odstąpienia od stosowania domniemania w przypadku poważnego ryzyka niesprawiedliwości. W pierwszej fazie postępowania konfiskacyjnego, dotyczącej oszacowania zysków, ciężar dowodu na skarżących, skazanych za poważne przestępstwa narkotykowe, w celu wykazania legalności pochodzenia mienia, mieścił się w rozsądnych granicach. W drugiej fazie, dotyczącej wartości aktywów możliwych do zrealizowania, Trybunał uznał, że nie było nierozsądne oczekiwanie od skarżących, którzy byli zaangażowani w masowy handel narkotykami, aby wiarygodnie wyjaśnili swoją sytuację finansową, zwłaszcza że te kwestie znajdowały się w ich szczególnej wiedzy. W odniesieniu do art. 1 Protokołu nr 1, Trybunał, odwołując się do precedensu Phillips v. Zjednoczone Królestwo, stwierdził, że nakaz zapłaty kwoty wynikającej z nakazu konfiskaty nie stanowił nieproporcjonalnej ingerencji w prawo do poszanowania mienia.
Stan faktyczny
Mark William Grayson i John Barnham, obywatele brytyjscy, zostali skazani w Zjednoczonym Królestwie za handel narkotykami. W następstwie skazań, w postępowaniach konfiskacyjnych, sądy krajowe zastosowały ustawodawstwo (Drug Trafficking Act 1994), które nakładało na skarżących ciężar dowodu, aby wykazali, że ich majątek nie pochodził z handlu narkotykami lub że ich obecne aktywa możliwe do zrealizowania były niższe niż szacowane nielegalne zyski. Obaj skarżący nie przedstawili satysfakcjonujących wyjaśnień dotyczących swojego majątku ani losów nielegalnie uzyskanych środków, co doprowadziło do wydania znaczących nakazów konfiskaty.
Rozstrzygnięcie
Trybunał jednogłośnie: 1. Łączy skargi; 2. Uznaje skargi za dopuszczalne; 3. Stwierdza, że nie doszło do naruszenia artykułu 6 § 1 Konwencji; 4. Stwierdza, że nie doszło do naruszenia artykułu 1 Protokołu nr 1 do Konwencji.

Pełny tekst orzeczenia

CONSIGLIO D’EUROPA   CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO   QUARTA SEZIONE   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   (Ricorsi nn. 19955/05 e 15085/06)   SENTENZA   STRASBURGO   Settembre 2008   La presente sentenza diverrà definitiva alle condizioni stabilite dall’art. 44 § 2   della Convenzione. Può subire ritocchi di forma   traduzione non ufficiale dal testo originale a cura dell'Unione forense per la tutela dei diritti dell'uomo   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   Nel caso Grayson & Barnham c. Regno Unito,   La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Quarta Sezione), riunita in una   Camera composta da:   Lech Garlicki, Presidente,   Nicolas Bratza,   Ljiljana Mijović,   David Thór Björgvinsson,   Ján Šikuta,   Päivi Hirvelä,   Mihai Poalelungi, giudici,   e Fatoş Aracı, Cancelliere aggiunto di Sezione,   Dopo aver deliberato in camera di consiglio il 2 settembre 2008,   Rende la seguente sentenza, adottata in tale ultima data:   PROCEDURA   1. Il caso trae origine da due ricorsi (nn. 19955/05 e 15085/06) diretti   contro il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord con i quali due   cittadini britannici, Mark William Grayson e John Barnham, hanno adito la   Corte, rispettivamente il 20 maggio 2005 e il 10 aprile 2006, in virtù   dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e   delle libertà fondamentali (“la Convenzione”).   2. Il primo ricorrente, al quale è stato concesso il gratuito patrocinio, è   rappresentato dal Sig. Q. Whitaker, avvocato del foro di Londra, e il   secondo ricorrente è rappresentato dallo studio legale Levys di Manchester.   Il Governo del Regno Unito (“il Governo”) è rappresentato dal suo Agente, la   Sig.ra K. McCleery, del Foreign and Commonwealth Office.   3. Ciascun ricorrente sostiene che, nel procedimento di confisca a   seguito della propria condanna per reati connessi alla droga, il fatto che   fosse a proprio carico l’onere della prova di dimostrare di non avere beni   attuali per un valore corrispondente all’ammontare degli profitti derivanti   dalle attività illecite, contrasta con i principi fondamentali di un processo   equo, in violazione dell’articolo 6 della Convenzione e dell’articolo 1 del   Protocollo n. 1.   4. Ciascun ricorrente ed il Governo hanno presentato osservazioni   scritte.   5. Avvalendosi delle disposizioni di cui all’articolo 29 § 3, la Camera ha   deciso che la ricevibilità ed il merito di ciascun ricorso sarebbero stati   esaminati congiuntamente. Essa ha anche deciso di riunire i procedimenti   relativi ai ricorsi (articolo 42 § 1 del Regolamento).   Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   FATTO   I. LE CIRCOSTANZE DEL CASO   A. Il primo ricorrente (Sig. Grayson)   6. Il 23 gennaio 2002 il ricorrente ed un coimputato venivano dichiarati   colpevoli del reato di tentato spaccio di 28 chilogrammi di eroina pura, che   veniva sequestrata dalla polizia al momento dell’arresto. Veniva valutato   che l’eroina avesse un valore all’ingrosso di oltre 1,2 milioni di sterline ed   un valore di spaccio per strada di oltre 4 milioni di sterline. Il giorno   seguente il ricorrente era condannato a 22 anni di reclusione.   7. Il 1 luglio 2002, dopo avere considerato le osservazioni scritte e orali   del ricorrente e dell’accusa, il giudice emetteva un’ordinanza di confisca ai   sensi della legge sul traffico di stupefacenti del 1994 (“legge del 1994”: si   vedano i paragrafi 20-22 infra). Egli sosteneva che il ricorrente aveva tratto   profitto dal traffico di stupefacenti. Nel valutare l’importo del profitto   conseguito il giudice prendeva in considerazione, inter alia, le seguenti   somme: 18.000,00 sterline in contanti trovati sulla persona del ricorrente al   momento del suo arresto; 13.000,00 sterline che il ricorrente aveva versato a   suo fratello quando una società commerciale tra di loro si estinse; 21.000,00   sterline che aveva speso, in contanti, per l’acquisto di due autovetture;   ulteriori 8.000,00 sterline che aveva speso per altre due autovetture; e   620.445,00 sterline che era la stima fatta dal giudice circa il costo sostenuto   dal ricorrente per l’acquisto dell’eroina che lo aveva portato alla condanna.   Riguardo a quest’ultima somma, il giudice, dopo aver ascoltato tutte le   prove in dibattimento, si dichiarava convinto che il ricorrente era stato   l’autore principale del reato e che costui doveva aver contribuito in larga   misura all’acquisto della droga. Tuttavia, per essere equo nei confronti del   ricorrente, prendeva in considerazione come sua quota la metà del valore di   vendita all’ingrosso. Il giudice si dichiarava convinto, inoltre, che una così   grande partita non poteva rappresentare il primo affare del ricorrente nel   traffico di stupefacenti e che, pertanto, costui doveva aver finanziato   l’acquisto con i proventi dello spaccio di droga precedente. Il ricorrente non   riusciva a confutare questa ipotesi. L’ultima voce di spesa presa in   considerazione dal giudice era costituita da 70.000,00 sterline che un socio   del ricorrente, che dichiarava di avere un reddito di circa 40.000,00 sterline   l’anno, aveva pagato per le spese legali del ricorrente stesso. Il giudice   riteneva che si trattava di denaro del ricorrente; che erano gli incassi del   traffico di stupefacenti; e che ciò dimostrava che il ricorrente aveva denaro   altrove che non era disposto a rivelare.   Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   8. Il giudice, poi, passava ad esaminare i valori patrimoniali acquisiti dal   ricorrente durante il periodo di sei anni precedenti, previsto dalla legge.   L’elemento più importante emergeva da un’analisi di 17 conti bancari che il   ricorrente aveva di volta in volta utilizzato. Gli archivi bancari   evidenziavano nel bimestre di attività tra l’aprile del 1998 e l’aprile del   una serie di movimenti a credito a favore del ricorrente inspiegati e   che eccedevano il fatturato complessivo dei suoi affari come desumibile   usualmente dai suoi conti per un importo pari a circa 153.000,00 sterline.   Durante l’anno centrale, che terminava nell’aprile del 1999, invece, gli   estratti conto bancari evidenziavano depositi par un valore di 83.000 sterline   al di sotto del fatturato annuale. Il giudice valutava pertanto se fosse   opportuno prendere in esame i tre anni insieme ma decideva che ciò non   sarebbe stato corretto. Se il ricorrente avesse posticipato il deposito del   denaro proveniente da alcuni dei suoi profitti del 1999 all’anno seguente, ci   si sarebbe aspettato di vedere un andamento di depositi molto cospicui nella   prima parte del 2000, ma così non era. Concludeva, pertanto, che il   ricorrente aveva tratto vantaggio per un ammontare di 1.230.748,69 sterline.   9. Come da disposizioni normative in vigore, avendo il giudice portato a   termine la stima dell’entità dei profitti che il ricorrente aveva ottenuto dal   traffico di droga, era su quest’ultimo che passava l’onere della prova di   dimostrare, attraverso il calcolo delle probabilità, che le sue ricchezze   fossero inferiori al valore dei profitti stessi (si veda il paragrafo 23, infra).   La polizia, dopo aver investigato sul ricorrente, aveva trovato ricchezze per   un valore pari a 236.000 sterline, incluso il denaro contante rinvenuto sulla   persona del ricorrente al momento del suo arresto, un’autovettura ed alcune   scorte commerciali. Il giudice osservava:   “Il fatto che la polizia abbia rintracciato una certa quantità di beni non è una ragione   di per sé sufficiente per ritenere che quelli siano i soli beni nella disponibilità del   [ricorrente]. Anche l’attendibilità è un problema reale. Mi sono richiamato al   precedente della sentenza Lucas [secondo cui prima di prendere in considerazione il   fatto che una persona stia mentendo, si deve dimostrare che lo stia facendo   intenzionalmente; che si riferisca ad una questione rilevante; che il motivo sia un   riconoscimento di colpevolezza ed una volontà di nascondere la verità piuttosto che   un altro motivo: R v Lucas [1981] QB 720]. Questo imputato è astuto, subdolo ed   intelligente. Egli è stato sempre più inattendibile ed offensivo per il senso comune. Ha   dato prova di voler indurre in errore ad ogni svolta, preoccupato dal fatto che la verità   avrebbe rivelato ricchezze che egli non intendeva rivelare nonché che egli aveva   occultato tali ricchezze prima della condanna. Ha mentito insistentemente e   vistosamente e la sua attendibilità è nulla. Deve biasimare solo se stesso se non posso   accettare le sue dichiarazioni a discolpa. Sono convinto, in effetti, che egli ha tentato   di fuorviarmi. Non posso accettare che non esistano altre ricchezze derivanti dai   proventi delle attività illecite, sono così giunto alla conclusione che una stima   appropriata quanto al valore complessivo della droga sia pari a 1.236.748 sterline.   L’imputato non mi ha convinto sul fatto che il suo patrimonio sia inferiore ai profitti   …”   Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   Il giudice disponeva una reclusione supplementare di dieci anni da   comminare al ricorrente nel caso in cui non avesse pagato entro dodici mesi.   10. Il ricorrente depositava ricorso dinanzi alla Corte d’Appello   rilevando, inter alia, che il giudice di primo grado avrebbe dovuto disporre   una sospensione per consentirgli di presentare ulteriori elementi di prova   sulla contabilità e che era in contrasto con l’articolo 6 della Convenzione il   fatto che il giudice avesse sostenuto che spettava al ricorrente fornire,   attraverso il calcolo delle probabilità, la prova che i suoi beni attuali fossero   inferiori ai profitti derivanti dalle attività illecite. Benché fosse stato   legalmente assistito da un difensore per tutto il giudizio di primo grado e   lungo il procedimento di confisca, non era rappresentato in appello ed   esponeva i suoi argomenti alla corte in una serie di lettere scritte dal carcere.   11. Il 18 maggio 2005 la Corte d’Appello rigettava l’impugnazione,   anche se riduceva la condanna alla detenzione in caso di inadempimento da   dieci anni, il massimo legale, ad otto anni. La corte sosteneva che gli   ulteriori elementi di prova contabili che il ricorrente aveva cercato di far   ammettere non confutavano l’accusa ma in realtà, in gran parte, la   confermavano. La Corte aggiungeva che sebbene la relazione contabile   facesse emergere l’indizio di un possibile duplice conteggio da parte   dell’accusa nel calcolo dei beni attuali dell’imputato, ciò era   “irrilevante, poiché l’ordinanza del giudice non dipende da alcun calcolo delle   ricchezze e delle proprietà dell’imputato. Essa dipende, piuttosto, dalla constatazione   che il ricorrente non era riuscito in alcun modo a dimostrare di non avere valori   patrimoniali equivalenti ai profitti.”   La Corte d’Appello si richiamava a Phillips c. Regno Unito, n. 41087/98,   CEDU 2001-VII ed osservava che:   “In quel caso la corte ha sostenuto che l’inversione dell’onere della prova in   relazione alla presunzione di legge circa il calcolo dei profitti illeciti è pienamente   conforme alla Convenzione. Se l’inversione dell’onere è conforme alla Convenzione   nella fase in cui viene calcolata la responsabilità principale, è chiaro che è altrettanto   conforme porre sull’imputato l’onere della prova per dimostrare che l’ordinanza di   confisca debba essere di un importo inferiore alla stima dei profitti, in quanto egli non   ha beni attuali sufficienti a soddisfare tale importo. L’ammontare delle ricchezze   disponibili dell’imputato è propriamente una questione che di norma rientra tra le sue   conoscenze.   In quelle circostanze, si trattava, siamo convinti, di un’ampia ordinanza di confisca.   Si trattava, comunque, di un’ordinanza che il giudice poteva giustamente adottare. Il   giudice ha seguito il regime previsto dalla legge per giungere alle sue conclusioni e,   con riferimento al caso di un uomo catturato mentre importava eroina per un valore di   ben oltre 1 milione di sterline, con la prospettiva di un profitto di circa tre volte   quell’importo, la conclusione che c’erano ampie voci di spesa inspiegate e beni celati,   nella fattispecie, non deve sorprendere.”   Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   B. Il secondo ricorrente (Sig. Barnham)   12. Il 16 luglio 2001 il secondo ricorrente veniva dichiarato colpevole   sulla base di due accuse di cospirazione relative ad una serie di progetti per   importare grandi quantità di cannabis nel Regno Unito. Nessuna   importazione aveva avuto successo e non si conosceva il luogo dove   fossero gli stupefacenti. Nel corso del processo la giuria ascoltava la   testimonianza di un agente di polizia in incognito, “Murray”, che, sotto le   mentite spoglie di un riciclatore di denaro sporco, aveva preso contatti con il   ricorrente. La testimonianza di Murray era che il ricorrente gli aveva detto   che la sua organizzazione stava per ricevere il pagamento di 12 milioni di   sterline, dei quali la sua quota personale sarebbe stata 2 milioni di sterline,   per i quali chiedeva a Murray di aiutarlo a “riciclarli”.   13. Il ricorrente veniva condannato ad undici anni di reclusione, in   quanto il giudice lo descriveva come il capo organizzatore di un’attività di   traffico di stupefacenti sofisticata, consolidata e con basi internazionali.   14. Il procedimento di confisca aveva inizio nel gennaio 2002, quando   aveva luogo la prima udienza per determinare, secondo quanto previsto   dalla legge, il valore dei profitti derivanti all’imputato dalle illecite attività   di traffico di stupefacenti. Il ricorrente era legalmente rappresentato in   giudizio. Non forniva elementi di prova ma riconosceva, attraverso il suo   legale, di aver tratto profitto dal traffico di stupefacenti come da definizione   della legge del 1994. L’8 febbraio 2002 il giudice stabiliva che   l’arricchimento totale conseguito dal ricorrente era pari a 1.525.615,00   sterline. Questa somma includeva 27.000,00 sterline che il ricorrente aveva   dato a Murray per ottenerne la fiducia; vari importi pari ad un ammontare di   59.000,00 sterline che il ricorrente aveva menzionato a Murray durante le   loro conversazioni; un’autovettura del valore di 11.615,00 sterline;   65.000,00 sterline che il ricorrente aveva speso per rinnovare la sua   abitazione; 23.000,00 sterline che il ricorrente aveva detto a Murray di aver   investito per l’importazione di cannabis; 500.000,00 sterline con cui il   ricorrente aveva acquistato la partita di cannabis che costituiva la base del   primo capo d’imputazione per il quale era stato condannato; 600.000,00   sterline con cui il ricorrente aveva acquistato un’altra partita di cannabis che   egli aveva menzionato a Murray; ulteriori 240.000,00 sterline relative al   costo per l’acquisto di un’ulteriore partita di cannabis di cui il ricorrente   aveva discusso con Murray. Il ricorrente non presentava appello contro tale   sentenza.   15. Nell’aprile 2002, il giudice disponeva la riassunzione del   procedimento per la stima dei beni attuali del ricorrente. Il ricorrente e sua   moglie fornivano dichiarazioni in base alle quali il loro unico bene era   costituito dalla loro abitazione in Spagna, che possedevano in regime di   comunione. Il ricorrente dichiarava di non aver avuto alcun successo nei   suoi tentativi di spaccio di droga e di essersi guadagnato da vivere cantando   Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   nei bar. Fin dalla sua condanna sua moglie viveva con il loro figlio in   Inghilterra e si manteneva facendo pulizie. La difesa sosteneva che non vi   erano prove tali da dimostrare l’esistenza di presunte ricchezze “occultate”,   senza incorrere nel rischio di commettere un’ingiustizia. La difesa sosteneva   che, rispetto all’ammontare complessivo dei profitti, il 94,4% era stato   speso ed il rimanente 5,6% era stato dissipato durante gli anni della   reclusione del ricorrente in Spagna, in Portogallo e nel Regno Unito. Anche   la sua autovettura, del valore di 11.615 sterline, era stata confiscata dalle   autorità portoghesi.   16. Il 12 aprile 2002, il giudice adottava la sua decisione. Egli spiegava   che:   “Nel pervenire alla mia conclusione devo applicare il regime stabilito dalla legge del   1994, a condizione che mi assicuri che nell’applicare qualsiasi inversione dell’onere   probatorio non vi sia alcun rischio serio o reale di ingiustizia quale sua conseguenza.   Devo essenzialmente ponderare se gli elementi di prova ai quali l’imputato si è   richiamato siano chiari e convincenti. A mio giudizio, così non è, perché essi non   spiegano veramente ciò che il ricorrente ha compiuto in relazione alla sua attività di   traffico di stupefacenti.”   Il giudice rilevava che il ricorrente e sua moglie avevano mentito in   merito alle loro attività e alle loro fonti di reddito. Il ricorrente non aveva   spiegato ciò che era accaduto alle varie partite di cannabis di cui aveva   avuto il controllo. Il giudice continuava:   “In ogni caso, siccome non ritengo che il Sig. ed la Sig.ra Barnham siano testimoni   attendibili sui fatti, non sono in grado di accettare le loro dichiarazioni secondo cui   non esistono beni attuali derivanti dalle consistenti attività di traffico internazionale di   droga del Sig. Barnham.   L’imputato ha omesso di spiegare in maniera veritiera qual’era la sua attività e ciò   che faceva con i proventi della stessa. Tale è stata la sua scelta e se ciò lascia la Corte   senza una prova chiara e convincente che la persuada che non vi sono beni attuali sui   quali procedere, la responsabilità di tutto questo è solo e soltanto del Sig. Barnham.   È stata una sua scelta dell’imputato decidere se dire o meno la verità nella sua   deposizione e di nessun altro. [L’avvocato della difesa] si appella alla mancanza di   beni come accertato dalla polizia del West Yorkshire... Non è, a mio avviso,   sorprendente che, in particolare operando in giurisdizioni straniere, degli investigatori   si imbattano in difficoltà nel rintracciare i beni attuali derivati dal traffico di   stupefacenti. Anzi, proprio questo è il motivo che ha condotto all’adozione della   disciplina della legge del 1994.   Anche se accetto l’altra affermazione [dell’avvocato della difesa] secondo cui la   parte più rilevante del profitto come da me stimato, è relativa all’acquisto degli   stupefacenti, ciò non spiega cosa ne è stato poi della droga per la quale tale somma è   stata spesa. Salvo voler ritenere, e non lo faccio, che il Sig. Barnham abbia vissuto in   Spagna per tutti quegli anni, senza mai riuscire in alcun modo ad importare cannabis   dal Marocco.”   Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   Il giudice, pertanto, emetteva un’ordinanza di confisca pari all’importo   che da lui stimato come profitto, vale a dire di 1.525.615 sterline, con la   condanna a cinque anni e tre mesi di reclusione se il ricorrente non avesse   pagato entro 18 mesi.   17. Il ricorrente faceva appello contro la decisione del giudice riguardo   al procedimento di stima dei beni attuali; egli sosteneva che l’articolo 6 § 1   della Convenzione doveva trovare applicazione anche quando il giudice   procedeva alla valutazione dei beni attuali, e che esso richiedeva un   procedimento giudiziario almeno per individuare un fumus boni iuris circa i   beni attuali, prima di spostare l’onere probatorio sull’imputato. L’avvocato   del ricorrente asseriva che c’era una differenza fra i casi in cui l’accusa   aveva provato i profitti nella prima fase attraverso sufficienti elementi di   prova e i casi in cui i profitti erano stati calcolati attraverso l’utilizzo di   presunzioni. Nel secondo caso le presunzioni continuavano ad avere   efficacia anche al momento dell’individuazione dei beni attuali.   18. Nella sua sentenza del 28 aprile 2005, la Corte d’Appello respingeva   questo argomento, sostenendo quanto segue:   “A nostro giudizio l’approccio corretto che il giudice deve adottare quando si tratta   di procedimenti di confisca nella seconda fase è lo stesso del caso in cui   l’arricchimento sia stato dimostrato tramite elementi di prova in aggiunta alle   presunzioni di legge. Una volta che l’accusa abbia stimato l’arricchimento non vi è   alcun obbligo di fornire un fumus boni iuris. Nella seconda fase l’onere della prova   passa all’imputato al fine di determinare, se può, il convincimento del giudice circa i   suoi beni attuali. Con la seconda fase l’imputato saprà precisamente come il giudice   ha determinato i profitti a lui attribuibili e deve dimostrare con elementi di prova quali   sono i suoi beni attuali. Spetta a lui dimostrare perché l’ordinanza di confisca non   debba essere pari al ‘valore dei (suoi) proventi del traffico di stupefacenti’. Se egli   prova di non avere alcun bene attuale da escutere, o di averne molti di meno rispetto   all’importo dei profitti determinato dal giudice, l’ordinanza sarà disposta per una   somma inferiore. A condizione che il giudice tenga ben presente il principio secondo   cui deve essere evitato il rischio di grave ingiustizia per l’imputato e non si limiti solo   al rispetto verbale di questo principio, l’ordinanza sarà pari all’importo accertato o in   base alla stima dei profitti o nella diversa somma che l’imputato dimostri rappresenti i   suoi beni attuali.   Sostenere che l’accusa debba, in qualche modo, provare il fumus boni iuris della   circostanza che l’imputato abbia nascosto dei beni, a nostro avviso, tradirebbe la   disciplina di legge. A ben vedere, essa è stata delineata in maniera tale da consentire   al giudice di confiscare i proventi illeciti di un criminale. L’espressione ‘i beni   nascosti’ è indicativa del fatto che l’accusa può non avere alcun mezzo per conoscere   come e dove un imputato abbia potuto impiegare o disporre dei proventi delle sue   attività criminali.”   La Corte d’Appello rilevava, tuttavia, che il giudice aveva commesso un   errore di calcolo e riduceva l’ordinanza a 1.460.615 sterline.   19. Il 6 ottobre 2005, la Corte d’Appello rifiutava di ammettere ai fini   del ricorso alla Camera dei Lords, una questione di diritto d’importanza   pubblica generale e che verteva sull’articolo 6 della Convenzione.   Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   II. LA NORMATIVA INTERNA RILEVANTE   A. La legge sul traffico di stupefacenti del 1994   20. La legge del 1994 stabilisce un regime per la confisca dei proventi   derivanti dal traffico di stupefacenti relativamente ai reati commessi prima   del 23 marzo 2003. Qualora tutti i reati indicati nei capi di imputazione sono   stati commessi dopo questa data, la legge del 1994 non trova più   applicazione ed invece il giudice procedente deve adottare un’ordinanza di   confisca ai sensi della legge sui “Proventi del Crimine” del 2002.   21. La sezione 2 della legge del 1994 prevede che una Crown Court   deva emettere un’ordinanza di confisca nei confronti di un imputato che sia   apparso di fronte alla stessa per essere condannato relativamente ad uno o   più reati per traffico di stupefacenti, quando la corte accerti che l’imputato   abbia ricevuto, in un qualunque momento, un qualsiasi pagamento o altra   entrata in relazione al traffico di stupefacenti.   22. Ai sensi della sezione 5 della legge del 1994, l’ordinanza di confisca   deve essere fissata per un ammontare corrispondente ai profitti del traffico   di stupefacenti che il giudice ritiene ottenuti dall’imputato; questo a meno   che il giudice, nel momento in cui viene resa l’ordinanza di confisca, non si   convinca del fatto che sia possibile realizzare solo una somma inferiore.   23. Nella prima fase di questo procedimento, spetta all’accusa l’onere di   stabilire se l’imputato abbia tratto profitto dal traffico di stupefacenti.   Tuttavia, la sezione 4(2) e (3) della legge del 1994 prevede che qualsiasi   bene che sembri essere stato da questi posseduto in un qualunque momento,   a partire dalla sua condanna o durante il periodo dei sei anni precedenti la   data in cui il procedimento penale è stato avviato, deve essere ritenuto dal   giudice come ricevuto quale pagamento o ricompensa in relazione al traffico   di stupefacenti e ogni spesa dallo stesso sostenuta nel medesimo periodo   come pagata con i proventi del traffico di stupefacenti. Questa presunzione   di legge può essere sconfessata dall’imputato, in relazione a qualsiasi   particolare bene o spesa, qualora egli stesso riesca a dimostrare che essa sia   errata o che vi sia un grave rischio d’ingiustizia qualora venga applicata   (sezione 4(4)). Durante la seconda fase del procedimento, l’onere probatorio   passa all’imputato al fine di dimostrare che l’importo che può essere   realizzato è inferiore alla stima dei profitti (si veda R. c. Barwick, paragrafi   24-25, infra). Il livello di prova richiesto, applicabile all’intero   procedimento ai sensi della legge del 1994, si basa sul calcolo delle   probabilità (sezione 2(8)).   Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   B. R. c. Barwick   24. L’appellante in R. c. Barwick ([2001] 1 Cr App R (S) 129) aveva, nel   corso di alcuni anni, defraudato tre donne nella divisione di somme di   denaro per un importo totale di oltre 500.000 sterline. Si dichiarava   colpevole di un certo numero di reati di truffa. Il giudice emetteva   un’ordinanza di confisca ai sensi della legge sulla “Criminal justice” del   (che prevedeva un regime per la confisca degli incassi di reati diversi   dal traffico di stupefacenti). Il vantaggio veniva valutato in 500.000 sterline   che l’appellante aveva ricevuto dalle donne, corretto a 600.000 sulla   presunzione che egli avesse investito tale somma in maniera tale da   preservare almeno il suo valore contro l’inflazione. La polizia non era in   grado di identificare nessun bene significativo posseduto dall’appellante o   da qualcuno in suo favore né di rintracciare dove il denaro sottratto era   finito, ed affermava che egli aveva dovuto nasconderli, poiché non   sembrava avesse vissuto in modo stravagante né che avesse speso grandi   somme di denaro. L’appellante affermava di averne perso una parte   considerevole col gioco d’azzardo, ma non c’era nessuna prova che   corroborasse le sue affermazioni. Il giudice del processo giudicava le   dichiarazioni dell’appellante come evasive e disoneste ma ciononostante   decideva di ridurre l’ammontare della stima dei profitti a 150.000 sterline,   riconoscendo che parte del denaro, probabilmente, era stata spesa nel corso   degli anni. L’appellante impugnava dinanzi alla Corte d’Appello,   sostenendo, inter alia, che il giudice aveva errato nel porre a suo carico   l’onere della prova di dimostrare che i suoi beni attuali da escutere fossero   inferiori all’importo della stima dei profitti.   25. La Corte d’Appello sosteneva che la legge del 1988 stabiliva   chiaramente che, mentre l’onere di provare l’arricchimento ricadeva   sull’accusa, spettava all’imputato dimostrare, in base al calcolo delle   probabilità, che l’importo che avrebbe potuto essere realizzato era inferiore.   La Corte d’Appello osservava che, in linea di principio,   “...è probabile che il reo possa predisporre misure tali da rendere i proventi di un   reato difficili da rintracciare. Una volta che sia provato che egli abbia ottenuto un   arricchimento, è pragmatico e completamente equo per l’imputato, che spetti a lui   l’onere di dimostrare (a norma del diritto civile) che non detiene più i proventi o che il   loro ammontare o valore è diminuito”.   La Corte continuava:   “Occorre sottolineare che il regime previsto dalla legge impone al giudice di   compiere due compiti distinti e disgiunti. In primo luogo determinare la stima dei   profitti. In secondo luogo, determinare l’importo che si può realizzare nel momento in   cui viene emessa l’ordinanza, che potrebbe essere molto diverso. Inoltre, l’importo   che si può realizzare potrebbe essere, per certi versi, non legato ai proventi   identificabili del reato, come ad esempio una vincita alla lotteria, un’eredità o altri   beni legalmente acquisiti. Infine, il compito del giudice nella seconda fase è di   determinare l’importo ‘che al giudice sembra’ essere l’importo che si potrebbe     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   realizzare. Ma una volta che è stata fatta la stima dei profitti, è lecito e dovrebbe   essere l’approccio normale del giudice concludere che tali profitti rimangono   disponibili fino a quando l’imputato non provi altrimenti ...”   C. R. c. Benjafield   26. In R. c. Benjafield [2002] UKHL 2, la Camera dei Lords sosteneva   unanimemente che il regime di confisca disciplinato dalla legge del 1994   era compatibile con l’articolo 6 § 1 della Convenzione. In R. c. Rezvi [2002]   EKHL 1 giungeva ad una simile conclusione riguardo al regime di confisca   applicabile ai sensi della legge sulla “Criminal Justice” del 1988 ai proventi   derivanti da altri tipi di reato. Lord Steyn, con il quale gli altri Lord   concordavano, osservava in Rezvi:   “È noto che i criminali professionali ed abituali predispongano frequentemente   misure per celare i loro proventi derivanti da reato. Sono perciò essenziali poteri   effettivi ma equi per confiscare i proventi derivanti da reato. Le disposizioni della   legge del 1988 hanno lo scopo di privare simili criminali dei proventi della loro   condotta illegale. Le sue finalità sono di punire i criminali condannati, impedire la   commissione di ulteriori reati e ridurre gli utili disponibili per finanziare ulteriori   imprese illegali. Questi obiettivi riflettono non solo la politica nazionale ma anche   quella internazionale. Il Regno Unito si è impegnato, con la firma e la ratifica dei   trattati stipulati sotto l’egida delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa, a prendere   le misure necessarie ad assicurare che i proventi di coloro che hanno preso parte a   traffici di stupefacenti o ad altri reati siano confiscati: si vedano la Convenzione delle   Nazioni Unite contro il Traffico Illecito di Stupefacenti e di Sostanze Psicotrope (19   dicembre 1988); la Convenzione del Consiglio d’Europa sul riciclaggio, la ricerca, il   sequestro e la confisca dei proventi da reato, Strasburgo, 8 novembre 1990. Queste   Convenzioni sono attualmente in vigore e sono state ratificate dal Regno Unito.   È chiaro che la legge del 1988 è stato approvata per la realizzazione di uno scopo   legittimo e che le misure sono razionalmente connesse con quello scopo... La sola   questione è se i mezzi legali adottati siano più ampi di quanto necessario per   realizzare tale scopo. Il difensore dell’appellante sostiene che i mezzi adottati fossero   sproporzionati rispetto allo scopo poiché veniva posto a carico dell’imputato l’onere   probatorio. La Corte d’Appello [2001] 3 WLR 75, 103 ha considerato attentamente   questo argomento e ha dichiarato:   ‘L’onere posto a carico dell’imputato non è probatorio ma persuasivo, è per   questo che grava sull’imputato di assolvere l’onere della prova: si veda la terza   categoria di disposizioni dell’opinione di Lord Hope in R c. Director of Public   Prosecutions, Ex Kebilene, [2000] 2 A C 326, 379. Si tratta quindi di una   situazione in cui è necessario considerare attentamente se l’interesse pubblico   posto a fondamento del potere di confiscare i proventi illeciti dei criminali   giustifichi l’interferenza con la normale presunzione d’innocenza. Sebbene la   misura dell’interferenza sia sostanziale, il Parlamento ha chiaramente fatto degli   sforzi per bilanciare l’interesse dell’imputato nei confronti di quello pubblico nei   seguenti aspetti:   (a) È solo dopo le necessarie condanne che si pone l’eventuale questione sulla   confisca. Ciò è di particolare rilevanza, perché il processo che dà luogo alla     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   condanna o alle condanne è quello in cui l’usuale onere della prova e gli   elementi di prova richiesti restano a carico dell’accusa. Inoltre, un imputato che   viene condannato per il reato o per i reati necessari può essere ritenuto   consapevole del fatto che se ha commesso i reati per i quali è stato condannato,   non solo è soggetto alla reclusione o ad altra condanna, ma è anche soggetto a   procedimento di confisca.   (b) L’accusa ha la responsabilità di avviare il procedimento di confisca a meno   che il giudice non lo consideri inopportuno ...   (c) Vi è anche la responsabilità gravante sul giudice di non emettere   un’ordinanza di confisca qualora vi sia un serio rischio d’ingiustizia. Come già   indicato, questo comporterà che il giudice, prima di emettere un’ordinanza di   confisca, si ritiri e decida se c'è un rischio d’ingiustizia. Se il giudice decide che   esso sussiste, l’ordinanza di confisca non verrà emessa.   (d) Vi è poi il ruolo di questa corte, in sede d’appello, volto ad assicurare che   non ci sia iniquità.   È in gran parte una questione di giudizio personale valutare se sia stato rispettato   un giusto equilibrio fra interessi contrastanti. Si devono porre sulla bilancia   l’interesse dell’imputato contro l’interesse pubblico a che coloro che hanno violato   la legge non traggano profitto dai loro atti criminali e non si avvalgano della loro   condotta illegale per finanziare ulteriori crimini. Comunque, a nostro giudizio, se   la discrezionalità accordata sia all’accusa che al giudice viene esercitata in modo   appropriato, la soluzione adottata dal Parlamento è una risposta ragionevole e   proporzionata ad un interesse pubblico rilevante e perciò giustificabile.’ (Enfasi   sostituita)   Da parte mia ritengo che questo ragionamento sia corretto, soprattutto nello spiegare   il ruolo del giudice quando si ritira e decide se c'è o ci potrebbe essere un rischio   d’ingiustizia grave o reale e, qualora questo sussista, o potrebbe sussistere,   nell’evidenziare che non debba essere emessa un’ordinanza di confisca. La Corona   accetta che è così che il giudice, investito di una questione di confisca, dovrebbe   svolgere il suo compito. A mio avviso questa concessione è stata fatta giustamente.   In conformità con il giudizio unanime della Corte dei diritti dell’uomo in Phillips c.   Regno Unito (ricorso n. 41087/98) del 5 luglio 2001 sosterrei che la Parte VI della   legge del 1988 rappresenta una risposta proporzionata al problema dalla stessa   affrontato.”   III. GLI STRUMENTI INTERNAZIONALI RILEVANTI   A. La Convenzione delle Nazioni Unite contro il Traffico Illecito di   Stupefacenti e di Sostanze Psicotrope (1988)   27. La Convenzione del 1988, di cui il Regno Unito è parte, all’articolo   statuisce:     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   “1. Ciascuna Parte adotta i provvedimenti che si rivelano necessari per consentire la   confisca:   a) dei proventi derivanti da reati stabiliti in base al paragrafo 1 dell’articolo 3 o di   beni il cui valore corrisponde a quello di tali proventi;   b) degli stupefacenti, sostanze psicotrope, materiali ed attrezzature o altri strumenti   utilizzati o destinati ad essere utilizzati in qualunque modo per i reati stabiliti   conformemente con il paragrafo 1 dell’articolo 3.   2. Ciascuna Parte adotta inoltre i provvedimenti che si rivelano necessari per   permettere alle sue autorità competenti di identificare, individuare, congelare o   sequestrare i proventi, i beni, gli strumenti oppure ogni altra cosa di cui al paragrafo 1   del presente articolo ai fini di un’eventuale confisca.   ...   7. Ciascuna Parte può prendere in considerazione l’ipotesi di invertire l’onere di   prova per quanto concerne l’origine lecita dei prodotti presunti o di altri beni che   possono essere oggetto di una confisca, nella misura in cui ciò sia conforme con i   principi della sua legislazione interna e con la natura della procedura giudiziaria e   delle altre procedure.   8. L’interpretazione delle disposizioni del presente articolo non deve in alcun caso   pregiudicare i diritti dei terzi in buona fede.   9. Nessuna disposizione del presente articolo pregiudica il principio secondo il quale   le misure che ne sono oggetto sono determinate ed eseguite conformemente al diritto   interno di ciascuna Parte e secondo le disposizioni di detta legislazione.”   B. La Convenzione del Consiglio d’Europa sul riciclaggio, la ricerca,   il sequestro e la confisca dei proventi di reato (1990)   28. La Convenzione di cui sopra, entrata in vigore nel settembre del   1993, mira a facilitare la cooperazione internazionale e l’assistenza   reciproca nelle indagini e a rintracciare, quantificare e confiscare i proventi   in questione. Le Parti si impegnano in particolare a perseguire penalmente il   riciclaggio dei proventi derivanti da reato e a confiscare gli strumenti e i   proventi (o i beni il cui valore corrisponde a tali proventi).     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   DIRITTO   I. SULLA RICEVIBILITÁ DEI RICORSI   29. Ciascun ricorrente afferma che porre su di lui l’onere di provare che   i suoi beni attuali sono inferiori all’importo della stima dei profitti derivanti   dal traffico di stupefacenti, viola il diritto ad un equo processo ai sensi   dell’articolo 6 § 1 della Convenzione. Inoltre essi lamentavano che i   procedimenti di confisca contrastano con i diritti loro riconosciuti ai sensi   dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 allegato alla Convenzione.   30. La Corte ritiene che tali ricorsi sollevano questioni di diritto   sufficientemente gravi, la cui soluzione debba dipendere da un esame del   merito. Essi dovrebbero pertanto essere dichiarati ricevibili.   Conseguentemente, la Corte decidere di procede all’esame nel merito dei   ricorsi dei ricorrenti ai sensi dell’articolo 29 § 3 della Convenzione.   II. SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 6 § 1 DELLA   CONVENZIONE   31. L’articolo 6 § 1 della Convenzione prevede che:   “Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente … da un   tribunale ... chiamato a pronunciarsi su ... una qualsiasi accusa penale formulata nei   suoi confronti ...”   A. Argomenti delle parti   32. Il Governo sostiene che le pronunce rese nelle sentenze Phillips c.   Regno Unito (supra) e R. c. Benjafield (si veda il paragrafo 26, supra)   hanno riconosciuto che la legge del 1994 è stata concepita per combattere il   grave problema del traffico di stupefacenti, punendo i trasgressori   condannati, scoraggiando ulteriori reati e riducendo i profitti disponibili per   finanziare successivi affari legati al traffico di stupefacenti. Gli scopi della   disciplina legislativa, quindi, riflettevano non solo la politica nazionale ma   anche quella internazionale, come è stato evidenziato dalla Convenzione   delle Nazioni Unite contro il Traffico Illecito di Stupefacenti (si veda il   paragrafo 27, supra). Inoltre, come rilevato anche in quelle sentenze,   l’azione del legislatore era compatibile con l’articolo 6 della Convenzione e   forniva una serie di misure di salvaguardia per l’imputato.   33. Riguardo al primo ricorrente, il Sig. Grayson, il Governo sottolinea   che costui è stato arrestato con indosso di una massiccia quantità di eroina.   Le circostanze relative al pagamento delle spese legali del ricorrente   indicavano che egli aveva accesso a finanziamenti che lui non aveva     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   rivelato ed i suoi conti bancari rivelavano un numero di operazioni   finanziarie che non potevano essere spiegate. Il giudice, dopo aver valutato   tutti gli elementi di prova, si convinceva che il ricorrente era un palese e   persistente bugiardo che non era riuscito a produrre una qualsiasi prova   documentaria a sostegno della sua causa. Una volta che stabilito che il   ricorrente aveva tratto profitti dal traffico di stupefacenti per più di 1,2   milioni di sterline ed aveva avuto accesso a finanziamenti inspiegati, non   era iniquo, sostiene il Governo, far gravare su di lui l’onere volto a   dimostrare, in base al calcolo delle probabilità, la stima dei suoi beni attuali.   34. Riguardo al secondo ricorrente, il Sig. Barnham, il Governo fa   presente che, una volta accertato che il ricorrente era a capo di un gruppo   internazionale di trafficanti di stupefacenti, che aveva tratto profitto da   questo traffico nella misura di 1,5 milioni di sterline e che aveva sotto il suo   controllo un’enorme quantità di droga, spettava al ricorrente dimostrare che   l’importo realizzabile era inferiore alla stima dei profitti. Il ricorrente,   legalmente assistito per tutto il periodo, sapeva esattamente dalla decisione   del giudice come era stata determinata la stima dei profitti a lui attribuibili.   In nessuna fase della sua deposizione il ricorrente ha cercato di rispondere   alle questioni sollevate dall’accusa o di produrre qualche prova,   documentale o di altro tipo, per dimostrare di non possedere più alcun utile   delle sue attività illecite o per spiegare quello che era accaduto a questi   proventi. La sua deposizione si sostanziava nel semplice rifiuto del fatto che   egli avesse qualsiasi bene attuale da escutere che non fosse la sua   abitazione. Se l’estratto conto del ricorrente relativo alle sue operazioni   finanziarie fosse stato vero non sarebbe stato difficile per lui prendere le   misure atte a dimostrare la sua posizione finanziaria. Inoltre, una volta   stabilito che il ricorrente aveva ricevuto una spedizione di cannabis, non era   iniquo costringerlo a spiegare ciò che era accaduto alla stessa.   35. Il primo ricorrente eccepisce che, riguardo ai suoi beni attuali da   escutere, in sostanza gli è stata richiesta la prova di un fatto negativo. Il   giudice, inoltre, ha reso l’ordinanza di confisca per un importo pari al totale   della stima dei profitti solamente sulla base dell’assunto che il ricorrente   abbia mentito.   36. Il secondo ricorrente eccepisce, invece, che la maggior parte del   profitti che si stima egli abbia tratto dal traffico di stupefacenti,   consisterebbe nel prezzo di acquisto di tre spedizioni di cannabis, per un   importo totale di 1.340.000 sterline. Ai sensi della legge del 1994, è stato   presunto che egli abbia pagato queste spedizioni con i proventi dei   precedenti traffici di stupefacenti. Tuttavia queste spedizioni non possono   essere conteggiate tra i suoi beni attuali, in quanto non esiste un mercato   legale di droghe controllate. Durante la seconda fase del procedimento di   confisca, inoltre, al ricorrente non è stato chiesto di spiegare che fine   abbiano fatto le 2,5 tonnellate di cannabis o i proventi di tale vendita; gli è   stato imposto l’onere di dimostrare di non avere beni attuali, da qualsiasi     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   fonte provenienti, con cui soddisfare un’ordinanza di confisca dell’importo   totale di oltre 1,5 milioni di sterline. A ben vedere, al ricorrente è stato   chiesto di provare un fatto negativo: che egli non abbia beni all’infuori della   casa coniugale.   B. La valutazione della Corte   37. In Phillips c. il Regno Unito (n. 41087/98, §§ 35 e 39, CEDU 2001-   VII) la Corte ha sostenuto che la procedura di emissione di un’ordinanza di   confisca ai sensi della legge del 1994 è sostanzialmente analoga ad un   procedimento di condanna. L’articolo 6 § 1, che si applica alla totalità dei   procedimenti per “la pronuncia su ... una qualsiasi accusa penale”, inclusi i   procedimenti con i quali viene fissata la sanzione, è pertanto applicabile (si   veda anche Welch c. Regno Unito, sentenza del 9 febbraio 1995, Serie A n.   307-A).   38. La Corte ricorda che durante la prima fase della procedura prevista   dalla legge del 1994 è sull’accusa che grava l’onere di dimostrare, in base al   calcolo delle probabilità, che l’imputato abbia speso o ricevuto determinate   somme di denaro durante i sei anni precedenti l’inizio del reato. Al giudice è   poi richiesto, ai sensi della sezione 4 della legge, di presumere che questi   importi o voci di spesa derivino dai proventi del traffico di stupefacenti. A   questo punto passa sull’imputato l’onere di dimostrare, di nuovo in base al   calcolo delle probabilità, che il denaro proviene invece da una fonte   legittima (si veda il paragrafo 23, supra).   39. L’emissione di un’ordinanza di confisca ai sensi della legge del 1994   si distingue dalla classica imposizione di una sanzione a seguito di   condanna da parte di un tribunale penale perché la gravità dell’ordinanza -   tanto in riferimento all’importo di denaro che deve essere pagato quanto alla   lunghezza della reclusione che deve essere comminata in caso di   inadempimento - dipende dalla determinazione dei profitti ricavati dalla   previa condotta criminale rispetto alla quale l’imputato non doveva essere   stato necessariamente condannato. Per questa ragione, la Corte osservava   nel caso Phillips che, oltre ad essere specificamente previsto dall’articolo 6   § 2, il diritto, di una persona sottoposta a processo penale, alla presunzione   d’innocenza e a che sia l’accusa a sopportare l’onere di provare le   affermazioni poste contro di lui o di lei, è parte della generale nozione di   equo processo ai sensi dell’articolo 6 § 1 (op. cit., § 40 e si veda, mutatis   mutandis, Saunders c. Regno Unito, sentenza del 17 dicembre 1996,   Reports of Judgments and Decisions 1996-VI § 68).   40. Tuttavia in Phillips la Corte ha continuato richiamando la sua   giurisprudenza quanto al fatto che il diritto alla presunzione d’innocenza   non è assoluto, poiché in ogni sistema penale operano presunzioni di fatto o   di diritto. Sebbene la Convenzione non considera tali presunzioni con   indifferenza, esse non sono proibite in linea di principio, sempreché gli Stati     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   restino entro limiti ragionevoli, tenendo in considerazione l’importanza di   ciò che è in gioco e garantendo il diritto di difesa (si veda Salabiaku c.   Francia, sentenza del 7 ottobre 1988 Serie A n. 141-A, § 28).   41. Nel caso Phillips la Corte ha rilevato che l’operazione di questo   spostamento dell’onere della prova fosse compatibile con l’articolo 6 § 1   della Convenzione poiché, nel determinare la stima dei profitti da attribuire   al Sig. Phillips, il giudice si era convinto, sulla base sia delle ammissioni del   ricorrente che delle prove prodotte dall’accusa, rispetto ad ogni voce presa   in considerazione, che il ricorrente possedeva dei beni o aveva speso il   denaro, e che l’ovvia conclusione era che essi derivassero da una fonte   illegale (op. cit., § 44). Conseguentemente, così come sintetizzato dalla   Corte in Geerings c. Paesi Bassi, n. 30810/03, § 44, 1 marzo 2007:   “...il ricorrente possedeva in modo evidente beni la cui provenienza non poteva   essere accertata; ... si presumeva ragionevolmente che tali beni fossero stati ottenuti   tramite attività illecite; e ... il ricorrente non era riuscito a fornire una soddisfacente   spiegazione alternativa”.   42. Il compito della Corte, in un caso riguardante un procedimento per   l’imposizione di un’ordinanza di confisca ai sensi della legge del 1994, è   quello di determinare se il modo in cui le presunzioni di legge sono state   applicate in quel particolare procedimento abbiano recato offesa ai principi   fondamentali dell’equo processo di cui all’articolo 6 § 1 (Phillips, § 41).   Non rientra, tuttavia, nella sfera di competenza della Corte europea   sostituire la propria valutazione dei fatti a quella dei tribunali nazionali e,   come regola generale, spetta a questi tribunali valutare gli elementi di prova   posti dinanzi a loro. Compito della Corte è accertare se il procedimento   considerato nella sua interezza, incluso il modo in cui è stata assunta la   prova, sia stato equo (Edwards c. Regno Unito, sentenza del 6 dicembre   1992, Serie A n. 247-B, § 34).   43. Nel caso di specie la Corte rileva che il primo ricorrente è stato   condannato per un reato concernente l’importazione di oltre 28 chilogrammi   di eroina pura, con un valore all’ingrosso di circa 1,2 milioni di sterline. Nel   valutare l’entità dei profitti che egli avrebbe ricevuto dal traffico di   stupefacenti durante il prescritto periodo di sei anni, il giudice, che ha   valutato tutte le prove presentate nel procedimento principale oltre ad aver   preso in considerazione ogni prova orale e scritta depositata durante il   procedimento di confisca, ha rilevato che il ricorrente era il soggetto   principalmente coinvolto nell’affare e ha sostenuto che la circostanza per la   quale il ricorrente era stato in grado, con un suo coimputato, di acquistare   una così grande partita indicava che quello non era il suo primo affare nel   traffico di stupefacenti. Il giudice ha rilevato inoltre che l’accusa aveva   dimostrato, in base al calcolo delle probabilità, che nel periodo di tempo   considerato il ricorrente aveva speso o aveva ricevuto grandi somme di   denaro. Gli elementi di prova forniti dal ricorrente relativamente alla sua   attività non spiegavano in modo soddisfacente l’origine di questo denaro ed     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   il giudice ha concluso conseguentemente che il ricorrente avesse tratto   profitto dal traffico di stupefacenti per un totale di 1.230.748,69 sterline.   44. Il secondo ricorrente è stato definito dal giudice del procedimento   come il capo organizzatore di un giro di affari internazionalmente basato sul   traffico di stupefacenti (si veda il paragrafo 13, supra). Durante la prima   fase del procedimento di confisca il giudice ha accolto le dichiarazioni   prova, inter alia, fornite dall’agente segreto della polizia e che era stato   ritenuto dal ricorrente un riciclatore di denaro sporco; il giudice ha   constatato che, nel periodo di tempo di sei anni, il ricorrente aveva speso   ingenti somme di denaro in varie partite di cannabis e che questo denaro   proveniva a sua volta dal precedente spaccio di droga. Il ricorrente ha deciso   di non fornire alcuna prova orale in questa fase del procedimento e non ha   impugnato la decisione resa sulla stima dei profitti.   45. Nel corso di tali procedimenti i diritti della difesa sono stati   assicurati dalle garanzie previste dall’ordinamento giuridico interno.   Conseguentemente, in ciascun caso la valutazione è stata effettuata da un   tribunale, in base a procedure giudiziali includenti un’udienza pubblica, la   previa conoscenza del capo d’imputazione e la possibilità per il ricorrente di   produrre prove documentali e prove orali (si veda anche Phillips, cit. supra,   § 43). Ogni ricorrente è stato rappresentato da un legale di propria fiducia.   È toccato, invece, all’accusa l’onere di provare che il ricorrente aveva   posseduto i beni in questione durante il periodo di riferimento. Ora, benché   il giudice era tenuto, in base alla legge, a presumere che tali beni derivavano   dal traffico di stupefacenti, tale presunzione poteva essere confutata se il   ricorrente riusciva a dimostrare di aver acquisito i beni con mezzi legittimi.   Inoltre il giudice avrebbe sempre potuto esercitare il potere discrezionale di   non applicare la presunzione nel caso in cui ritenesse tale applicazione   capace di generare un serio rischio d’ingiustizia (si veda R. c. Benjafield:   paragrafo 27, supra).   46. Dinanzi alla Corte nessun ricorrente ha contestato in modo serio   l’equità di questa prima fase della procedura di confisca, fase destinata al   calcolo dei profitti tratti dal traffico di stupefacenti. Ebbene, la Corte non   ritiene che in entrambi i casi, in principio o in pratica, fosse in contrasto con   il principio di equo processo di cui all’articolo 6 far ricadere sul ricorrente,   condannato per un grave reato di traffico di stupefacenti, l’onere della prova   di dimostrare la legittimità della fonte del denaro o dei beni che si era   dimostrato egli aveva posseduto negli anni precedenti il reato. Data   l’esistenza delle garanzie di cui sopra, l’onere probatorio a suo carico non   ha superato i limiti ragionevoli.   47. La seconda fase della procedura comportava il calcolo del valore dei   beni patrimoniali attualmente nella disponibilità del ricorrente. La disciplina   legislativa in questa fase non richiedeva al giudice del processo di adottare   alcuna presunzione sulla precedente attività criminale: si doveva invece   effettuare una valutazione dei mezzi del ricorrente al momento in cui     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   l’ordinanza veniva emessa. Come la Corte d’Appello spiegava in R. c.   Barwick (si vedano i paragrafi 24-25, supra), in questa fase gravava   sull’imputato l’onere della prova di dimostrare, a norma del diritto civile,   che l’importo che avrebbe potuto essere realizzato era inferiore all’importo   derivante dalla stima dei profitti.   48. Ognuno dei ricorrenti presenti ha scelto di fornire una dichiarazione   orale in riferimento ai propri beni attuali ed eventualmente da escutere.   Ancora una volta costoro hanno goduto di tutte le garanzie cui si è fatto   riferimento nel precedente paragrafo 45. Essi sono stati rappresentati   legalmente ed informati con precisione, attraverso le decisioni dettagliate   dei giudici, su come era stato calcolato l’importo derivante dalla stima dei   profitti. Ad ogni ricorrente è stata data la possibilità di spiegare la propria   situazione finanziaria e descrivere ciò che è accaduto ai beni che il giudice   ha preso in considerazione nel determinare l’ammontare del vantaggio. Il   primo ricorrente, per il quale è stata riscontrata la transazione di ingenti   somme di denaro inspiegate nei suoi conti bancari e l’accesso, tramite un   socio, a 70.000 sterline per le sue spese legali, non è riuscito a fornire   alcuna spiegazione credibile per queste anomalie. Il secondo ricorrente non   ha provato nemmeno a spiegare ciò che è accaduto alle varie partite di   cannabis di cui è stato accertato l’acquisto da parte sua. In ogni caso il   giudice ha ritenuto che la deposizione fornita dal ricorrente sia stata   completamente disonesta e priva di attendibilità (si vedano i paragrafi 9 e   16, supra). Come affermato in precedenza, non spetta alla Corte europea   sostituire la propria valutazione degli elementi di prova a quella dei tribunali   nazionali.   49. La Corte concorda con le decisioni rese dalla Corte d’Appello nelle   fattispecie presenti (si vedano i paragrafi 11 e 18 ed anche R. c. Barwick,   paragrafi 25-26, supra), in merito al fatto che nel procedimento penale non è   incompatibile con la nozione di equo processo far gravare l’onere della   prova sul ricorrente per rendere conto in modo credibile della propria   situazione finanziaria attuale. In ciascuna delle due fattispecie, essendo stato   provato il coinvolgimento dei ricorrenti in un massiccio e lucroso spaccio di   stupefacenti lungo un periodo di anni, non sarebbe stato irragionevole   aspettarsi che i ricorrenti spiegassero ciò che era accaduto a tutto il denaro   che l’accusa aveva dimostrato essere stato in loro possesso, oppure non   sarebbe stato parimenti irragionevole, nella prima fase della procedura,   attendersi che essi dimostrassero la legittimità della fonte di tale denaro o di   tali beni. Simili questioni rientravano nella specifica conoscenza dei   ricorrenti e non sarebbe stato difficile per ciascuno di essi soddisfare l’onere   probatorio se i rendiconti dei loro movimenti finanziari fossero stati veri.   50. Non vi è stata, pertanto, alcuna violazione dell’articolo 6 § 1 della   Convenzione rispetto a ciascun ricorrente.     Copyright © 2009 UFTDU   GRAYSON & BARNHAM c. REGNO UNITO   III. SULLA DEDOTTA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 1 DEL   PROTOCOLLO N. 1   51. L’articolo 1 del Protocollo n. 1 stabilisce:   “Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può   essere privato della sua proprietà se non per causa di pubblica utilità e nelle condizioni   previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.   Le disposizioni precedenti non portano pregiudizio al diritto degli Stati di porre in   vigore le leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo   conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o di altri   contributi o delle ammende.”   52. La Corte ricorda che, nel caso Phillips, essa ha ritenuto che che la   richiesta rivolta al Sig. Phillips di pagare una somma di denaro in   ottemperanza ad un’ordinanza di confisca adottata in conformità con   l’articolo 6 § 1 non costituiva un’interferenza sproporzionata con il suo   diritto al pacifico godimento dei propri beni (Phillips, cit. supra, §§ 48-53).   53. La Corte non ritiene che i presenti ricorsi possano differire da   Phillips a questo riguardo. Ne consegue che non vi è stata alcuna violazione   dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 nel caso di specie.   PER QUESTI MOTIVI, LA CORTE, ALL’UNANIMITÀ   1. Riunisce i ricorsi;   2. Dichiara il caso ammissibile;   3. Ritiene che non vi è stata violazione dell’articolo 6 § 1 della   Convenzione;   4. Ritiene che non vi è stata violazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1   alla Convenzione.   Redatta in inglese, quindi comunicata per iscritto il 23 settembre 2008, ai sensi   dell’articolo 77 §§ 2 e 3 del regolamento.   Fatoş Aracı   Cancelliere Aggiunto   Lech Garlicki   Presidente     Copyright © 2009 UFTDU

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